27 aprile – Accabbai, un rito

Accabbai, un rito

di e con
Alessandra Asuni
collaborazione allo studio e alla drammaturgia
Marina Rippa, Massimo Staich

appunti per il rito
Una donna vive nascosta in un un luogo abbandonato come la sua esistenza, vive conser- vando memoria di suoni e gesti che hanno accompagnato la sua vita. Le sue arti non sono più necessarie alla comunità.
Immaginare… sa femmina accabbadora come tramite per poter raccontare e ricordare la forza di una terra ancestrale, che ancora oggi si rivela a chi desidera incontrarla.
Immaginare… sa femmina accabbadora come terra sarda, come dea madre, come una sa- cerdotessa, conservare memoria agropastorale, far odorare erbe, mirto, salvia, lentischio, arancio, sentire sapori quali vino e formaggi sardi, ascoltare una lingua, un ritmo sardo, campanacci per pecore e capre.
Come ricordare le anime… quelle anime che ancora non è riuscita a slegare, a mandare via, che hanno bisogno d’essere accompagnate per essere liberate definitivamente. Per compiere il rito è necessaria la presenza di uomini e donne. Cibo offerto ai vivi e ai morti in cerchio.
Acqua. Come in un pozzo sacro bisogna immergersi e farsi bagnare da uomini e donne, farsi be- nedire. I pozzi sacri. Lasciare per poter rinnovare. Ciclo della vita.
sa femmina accabbadora
La figura dell’accabbadora fa parte di una religiosità primordiale e pre-cristiana, che affon- da le proprie radici in superstizioni e miti atavici, difficilmente comprensibile ai nostri tempi, ma perfettamente integrata nella concezione della morte propria della cultura sarda. Le ultime testimonianze relative all’esistenza dell’accabbadora riguardano il paese di Or- gosolo e risalgono al 1952: “l’ultima femmina accabbadora, che aiutò a morire un uomo di settanta anni, era l’ostetrica del paese. La donna che aiutava a venire al mondo era anche quella che chiudeva una vita divenuta insopportabile”.
ciclo di vita e morte
Nella Sardegna del secolo scorso l’accabbadora era solitamente una donna, sorta di ve- stale della morte, depositaria di una conoscenza arcana e preziosa riguardante amuleti e pratiche magiche, capace di liberare da un’orribile agonia gli esseri umani che avevano commesso sacrilegi in vita e che per questo, nella concezione popolare, subivano malattie lunghe e progressivamente devastanti.
L’accabbadora del tempo non agiva mossa da un’idea di pietà o da una volontà di porre fine alle insopportabili sofferenze del malato, ma era chiamata in causa dai familiari proprio per interpretare e risolvere il sacrilegio che vincolava il moribondo ad un immane tormento finale.
I parenti pensavano che il moribondo fosse incorso in qualche grave peccato che bisogna- va scontare con una lunga agonia alla quale solo s’accabbadora poteva por fine”.
Quella sarda era una cultura fortemente mitica e tradizionale, in cui il processo di avvicina- mento alla morte era strutturato e cadenzato da riti riconosciuti e condivisi. Anche la presenza della femmina accabbbadora doveva essere un rito, terminale, accet- tato dai parenti e, inconsapevolmente, anche dal moribondo…
S’accabbadora giunge chiamata da un familiare, la stanza è vuota e ogni tentativo è stato fatto. La donna, per prima cosa, “raccomanda a Dio l’anima” e, usciti tutti, rimane sola. Dopo pochi minuti la donna esce e il moribondo è morto.